Conformismo estetico: mancanza di originalità o globalizzazione dei codici estetici?

Il mondo nell’era della predominanza dell’immagine.

Quando parliamo di globalizzazione pensiamo ad una sfera politico-economica. Esiste, però, anche una globalizzazione culturale che può essere letta come una progressiva omologazione agli standard del consumo globale ed anche intesa come globalizzazione della comunicazione originata dalla straordinaria diffusione di media tradizionali e nuovi media.

Globalizzazione significa moltiplicarsi delle occasioni di incontro tra diverse culture e rapidità dei flussi di comunicazione. Siamo quindi di fronte alla possibilità che possa nascere una civiltà estetica globale in cui le diverse tradizioni estetico artistiche siano oggetto di un’interazione costante.

Possiamo parlare anche di globalizzazione e conformismo dell’immagine? Di conformismo estetico? Di omogeneizzazione del codice estetico? Il déjà-vu è la situazione prevalente quando scorriamo la nostra timeline Instagram. Quante volte, durante le nostre vacanze o nella quotidianità, ricercando per hashtag (#) un certo luogo, un certo termine ci ritroviamo immersi un mare di foto identiche?

Ikeizzazione

Angolazioni, interazioni fra l’uomo e l’oggetto fotografato si sovrappongono. La pagina Instagram insta_repeat ce lo mostra in maniera inequivocabile. Ci spinge a riflettere su come quello che vediamo e che riteniamo straordinario, al punto di condividerlo, sia già stato vissuto e immortalato migliaia e migliaia di volte nello stesso modo.

È quello stesso conformismo estetico che ritroviamo in quel processo chiamato Ikeizzazione nel mondo degli interni, frutto della mondializzazione del mercato e che ci porta ad optare per uno stile d’arredo accettato come contemporaneo e riconoscibile.

Così diventa possibile trovarsi immersi in colori pastello chiarissimi, bianco puro e sedie a dondolo in legno di rovere. Un caldo caminetto nel sud del mondo come in Svezia.

Ci riconosciamo in ambienti che abbiamo visto e che ci catapultano nella nostra dimensione estetica “privilegiata”. Questa stessa comfort zone la ritroviamo nel mondo delle immagini social. Ricreando situazioni estetiche a cui tendiamo, ci riconosciamo in un gruppo e veniamo riconosciuti.

Socialità e socializzazione

Socialità che non sorge dall’accordo intellettuale o ideologico su norme generali bensì da un complesso di attrazioni, repulsioni ed emozioni. Una socialità a dominanza empatica: si sta insieme perché si sente insieme.

L’immagine diventa non solo onnipresente ma anche legante, in quanto relaziona l’individuo sia all’ambiente circostante che agli altri individui. La dimensione estetica si amplia fino ad includere la totalità dell’esperienza (abbigliamento, pubblicità, design, scelte culinarie, cura del corpo, incontri conviviali, tifo sportivo).

L’estetica diventa vettore di socializzazione, dato che è la condivisione dello stesso mondo immaginale a generare il sentimento di appartenenza ad un certo gruppo.

E se tutto è riproducibile, come differenziare l’arte e la sua unicità? Se, come afferma Walter Benjamin, la riproduzione meccanica dell’opera d’arte ne svaluta il suo Hic et Nunc, allo stesso modo possiamo dirlo di ciò che fotografiamo?

Con l’esponenziale creazione di immagini de Il Canal grande a Venezia, La torre pendente a Pisa, il Colosseo a Roma o la cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, quest’ultimi perdono la loro unicità e diventano feticcio? Al pari di un souvenir?

Tra immagine e realtà

Oppure le immagini rendono l’arte e la cultura democratiche facendole così appartenere a tutti? Le immagini proliferano ovunque, l’arte e il quotidiano si mescolano. L’estetizzazione della vita quotidiana è un processo in cui la realtà si spettacolarizza. L’immagine appiattisce tutto il mondo sensibile o lo eleva?

Dopo esser stata svalutata in quanto semplice apparenza o copia del mondo sensibile, l’immagine si prospetta oggi più vera della realtà stessa, si sostituisce ad essa, risulta più stimolante e attraente.

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